Ieri sera ho visto un film di Greenaway, "Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante". Un film di una crudeltà infinita, e di una bellezza incredibile. Tutto girato in interni, come quasi sempre Greenaway. Musiche di Michael Nyman, costumi bellissimi, luci bianche, rosse, nere (luci nere ? Sì c'erano anche quelle).
E una conclusione soddisfancente. E il cuoco è perfetto.

Perchè ci sto pensando adesso ? Forse perchè mi piace pensare a me stesso come al Cuoco (e non è solo la mia ossessione per la cucina). Il cuoco guarda, sa, facilita, porta lo stesso piatto alla moglie e all'amante. Li nasconde nella camera del pane, li infila nella cella frigorifera per salvarli dalle ire del marito, presiede ad una cucina babilonica, da natura morta fiamminga, piena di cibi, di pentole, di cuochi seminudi e cameriere/cuoche/suore o bellissime, con abiti da feticismo esplicito, o bruttissime, con certi nasi tremendi e cappelloni che rimarcano i lineamenti. Brutte: ma dignitose, serie, mai un sorriso, mai una scurrilità; solenni nel mescolare un intingolo, compunte nel condurre un visitatore che reca un piatto di dolci ad un malato; rapide nel levargli di mano il piatto quando questo potrebbe ingombrarlo (e comunque il malato non potrebbe mangiarlo, è troppo debole, anzi, non è nemmeno cosciente, tiene gli occhi chiusi, è pallido più delle lenzuola, gli hanno dato un sacco di botte ma non ha parlato - il piccolo eroe. Lo vedremo più tardi nella sedia a rotelle, muto, violato).

Il cuoco presiede. Non tocca le pentole: la sua maestria si esprime a distanza. Appare in sala, vestito di bianco, l'accento francese, e presiede. Nulla sfugge al suo sguardo, ed egli è il punto apicale del triangolo tra Amante e Moglie. Ed è ancora lui a mandare da loro il fanciullo che li perderà, sempre lui a recare loro l'ultimo pasto, di nuovo lui a preparare l'atroce banchetto per il Ladro, Albert Spica. L'Amante e la Moglie sono prigionieri del loro ruolo, lei è prigioniera del suo mostruoso e patetico marito criminale, lui della sua inevitabile cortesia, del suo pallore, dei suoi modi - non possono che piacersi, non possono che innamorarsi, non possono che finire a toccarsi freneticamente in una toilette. Il Ladro, il marito della Moglie, è prigioniero della sua depravazione morale, della corte di esseri abbruttiti, derelitti, abietti e laidi di cui si circonda; vorrebbe miglior compagnia, ma non può certo averla, non così come è, e non può essere diverso, vero ?

Il cuoco non avrebbe motivo di prestarsi all'intrigo, ma lo fa fin dal primo momento, e lo segue nel suo sviluppo. Il Cuoco vede i due amanti, dove che siano, e funge oltre che da sostegno, da conferma: il loro amore è esistito perchè lui lo ha visto.

Soffre, il cuoco ? Patisce lui stesso delle passioni a cui ha contribuito, alla cui nascità ha fatto da levatrice, anzi, da ostetrico, che per la parte della levatrice c'è già la cameriera/cuoca/suora di cui sopra; il grembo freddo come una rana, può fungere da aiuto con terribile e granitica affidabilità. Ne patisce, ma in modo esterno. Non è lui, l'Amante. Si è sublimato nella cucina, nel suo ruolo di cuoco e non di mangiatore: altri consumano i piatti che lui prepara - e può persino permettersi il lusso di essere un samaritano,ed offrire un brandy certamente costosissimo ad un derelitto che gli uomini di Spica hanno appena coperto di materia nauseabonda; e il brandy è in un ballon, come Dio comanda. Dio è assente. Non c'è nemmeno sotto forma di qualche icona, un crocefisso, una statuetta. Niente Dio in questo film. Tutto il suo spazio è occupato dal Cuoco, e Dio non servirebbe affatto.


Last night I saw a movie by Peter Greenaway, The Cook, The Thief, His Wife and Her Lover. A movie extremely beautiful and unspeakably cruel. All of it shot in interiors, as Greenway often does. The music is by Michael Nyman, the costumes are very beautiful, the lights are white, red, black (black lights? Yes, there were even black lights).
And a satisfactory ending. And the cook was just perfect.

Why am I still thinking about it? Maybe because I like to think of myself as the Cook, and not just because of my passion for cooking. The Cook looks, knows, facilitates, serves the same food to the Wife and the Lover. He hides them in the bread room, he stuffs them in the fridge to save them from the wrath of the husband, and he presides over a babylonical kitchen, like a Flemish still life, full of food, half-naked cooks, pots, and waitresses/cooks/nuns either incredibly beautiful and with explicitly fetishistic clothes, or incredibly ugly, with disastrous noses and large hats that make their features even more remarkable.
Ugly: but full of dignity, serious, never smiling, never vulgar; solemn when mixing a sauce, compunct in leading a visitor that brings a dish of sweets to the little sick boy; quick in taking away from the sick boy's hands the dish, in case it were to disturb him (and anyway the sick boy could not eat it, he is too weak, actually he is not conscious, he keeps his eyes closed, he is paler than the bedsheets, he has been beaten up but he has not spoken - the little hero - we get to see him again later on, in a wheelchair, mute, violated.

The cook presides. He does not touch the pots; his mastery expresses itself from a distance. He appears in the dining hall, dressed in white and with a french accents, he presides. Nothing escapes his eyes and he is the top vertex of the triangle whose other parts are the Lover and his Wife.
It is him that sends them the boy that will ruin them; he send them the last meal, and it is the Cook again that prepares the atrocious banquet for the Thief Albert Spica.
The Lover and the Wife are prisoners of their role; she is prisoner of her monstruous and pathetic criminal husband, he is a prisoner of his inevitable courtesy, of his paleness and of his manners; they can't but like each other, they can't but fall in love, they can't but end up touching each other frenetically in bathroom.
The Thief, the husband of the Wife, is prisoner of his depravation and of the court of abject drunken criminal slobs that surround him; he would like a better company, but he can't have have it, just like he can't be different from what he is.

The Cook would have no reason at all to help the love intrigue, but he does it nonetheless from the very beginning of the frame, and he fosters its development.
The Cook sees the two lovers wherever they may be, and is support and confirmation: their love exists because he has seen it.

Does the cook suffer? Does he undergo the passions that he has contributed to, to whose birth he has acted as a midwife, or rather as an obstetrician, since for the role of midwife there is already the aforementioned waitress/cook/nun; her womb cold as a frog, she can help with a terrible and granitic reliability.
He does indeed feel, but from the outside. He is not the Lover. He sublimated himself in cookery, in his role of cook that does not eat: others consume the dishes that he prepares - and he can even afford the luxury of being a Good Samaritan, and offering brandy - certainly a very expensive one - to some unlucky bastard that Spica's men have just covered with some revolting matter; and the brandy is in a ballon glass, as God decreed.

God is absent. He is not there, not even under the shape of some icon, a cross, a statue. No God in this movie; all his space is taken up by the Cook, and God would serve no purpose.

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